Il “verde” è universalmente riconosciuto come il colore della speranza e, ad Orta Nova, il verde, inteso come aree adibite a giardini e parchi pubblici, può rimanere solo ed esclusivamente una magra speranza. Viaggiamo con la mente verso l‘area delimitata da via Tommaso Fiore, via Kennedy, via Giovanni Gronchi e via Puglie, giungendo a piazzale “Gronchi”, vastissimo suolo comunale ormai da tempo transennato per lo svolgimento di lavori. Il Piano Regolatore Generale qui prevedeva un’area verde con giardini e altre strutture al servizio del vicinato, invece, sulla tabella informativa posta al di fuori del cantiere, leggiamo “realizzazione di un complesso residenziale ad edilizia convenzionata di n°30 appartamenti di varia metratura” che probabilmente sarà affiancato da un proprio parcheggio e da qualche alberello “tappabuchi”. Il tutto si realizzerà grazie ai fondi regionali P.I.R.P. che sono dei “Programmi Integrati di Riqualificazione delle Periferie” finalizzati appunto alla rigenerazione delle zone periferiche urbane, siano esse luoghi esterni o interni alla città, resi marginali dai processi di sviluppo insediativo o afflitti da gravi problemi di degrado fisico, sociale ed economico. Dulcis in fundo sono utilizzabili anche per promuovere la rigenerazione ecologica della città (ma Orta Nova non ha di questi problemi…). Importante è chiarire un concetto fondamentale: la zona di cui stiamo parlando non è affatto afflitta da “problemi di degrado fisico, sociale ed economico” e non è neanche ai margini dello sviluppo insediativo visto che ci sono le ville, i condomini e tutti i servizi fondamentali a portata di mano. Prima di proseguire il discorso, ritengo importante fare un’altra precisazione riguardo ciò che si intende per “edilizia convenzionata”. Tale dizione intende molteplici forme di accordo fra Pubblico e Privato volte a soddisfare l’esigenza abitativa delle fasce sociali meno abbienti. In essa rientra la realizzazione di immobili per uso abitativo interamente a carico del committente pubblico e le varie “convenzioni”, diverse da caso a caso, nelle quali, generalmente l’imprenditore (privato) si impegna a realizzare un dato numero di alloggi a proprie spese e da vendere a determinate condizioni (di favore) in cambio di determinate contropartite: assumersi l’impegno di fare delle opere di interesse collettivo, in questi casi le spese di urbanizzazione (sia Primaria che secondaria) sono nulle o molto ridotte. Il singolo acquirente, in cambio di un minor prezzo da pagare ha anch’esso delle limitazioni: la più frequente è quella della proprietà per un periodo determinato (usualmente 99 anni, poi, in teoria dovrebbe essere acquisito come patrimonio pubblico), il Comune deve pretendere (giustamente) che la successiva vendita o assegnazione delle case rimanga nel perimetro dei bisogni bloccando i tentativi di libera rivendita, Purtroppo molti fanno i furbi vendendo formalmente a prezzo convenzionato ma in realtà intascano un bel po’ di nero sottobanco. Tale comportamento è pari ad una truffa e giustamente va sanzionato penalmente. Augurandoci che ciò non accada , ci si chiede quando mai ad Orta Nova ci sia stata la necessità di costruire “edilizia convenzionata”. I poveri “senza tetto” ci sono senza dubbio, ma non saranno sicuramente loro a sborsare queste cifre. E allora chi sono i portatori di interesse di questi “paradisi” di cemento? Alcuni movimenti politici ortesi, come Libera Idea, stanno raccogliendo i pareri degli abitanti del vicinato che, a quanto pare, non sono mai stati interpellati per ciò che riguarda questo repentino cambio di strategia e non sono neanche informati su ciò che si sta costruendo. La verità è che nonostante l’iter burocratico sia stato senza dubbio veloce e impeccabile, senza una piega, c’è un’altra grana che molto spesso gli amministratori sorvolano: la morale. Quest’area è stata indebitamente sottratta a dei cittadini che avrebbero potuto usufruire per generazioni e generazioni di quelle aree verdi che troppo spesso nella cittadina ortese vengono messe in secondo piano nella scala delle priorità. Una città migliore è fatta anche e soprattutto da un progetto urbanistico condiviso (non basta ottenere qualche giorno prima l’assenso di una associazione locale disinformata sui fatti) che migliori la qualità della vita e senza dubbio faccia accaparrare qualche consenso politico in più. Che senso ha continuare a costruire dei paradisi per pochi e degli inferni per molti? Tornando alle speranze se ne intravedono solo due, seppur molto modeste: o queste parole entrano nella mente di qualcuno che conta, oppure un giorno anche i mattoni respireranno e faranno respirare.
di Francesco Gasbarro (Corriere del Sud: 21 Settembre 2010)

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