Ho accolto con entusiasmo la notizia che il Governo italiano stesse affrontando, finalmente, la gravosa questione del prezzo dei cereali con la costituzione della CUN Grano duro (Commissione Unica Nazionale Grano duro). Purtroppo, però, l’entusiasmo è durato poco: leggendo attentamente il Decreto direttoriale del Ministero dell’Agricoltura che istituisce la CUN, ho avuto l’impressione che si tratti dell’ennesima commissione destinata a non produrre cambiamenti reali.
Da diverso tempo analizzo e scrivo articoli sulla sperequazione del mercato dei cereali e su quanto sia scarso, se non nullo, il potere contrattuale dei produttori agricoli; motivo per cui il prezzo di mercato, spesso, non riesce nemmeno a coprire i costi di produzione.
Ho scritto diversi articoli che spaziano dall’importanza del pane nel mondo all’importanza delle produzioni cerealicole nel nostro Paese, senza sottrarmi a un’analisi sull’andamento dei prezzi negli ultimi 20 anni. In questi interventi ho messo in luce le azioni speculative che avvengono all’interno della filiera e gli inspiegabili aumenti di prezzo che colpiscono in primis i consumatori, ma che non portano nemmeno un centesimo di guadagno al mondo agricolo.
Infatti, ad oggi, la quotazione del grano si attesta tra i 26,5-27 €/quintale, fino a un massimo di 28,5-29 €/quintale: un prezzo in netto calo rispetto ai 34,5 €/quintale del 2024. Al contrario, il prezzo della pasta è salito sia in modo diretto (aumento del prezzo al dettaglio), sia in modo indiretto (pacchi da 400 grammi anziché da 500). L’industria molitoria e pastaia giustifica tali rincari con l’aumento dei costi energetici (motivazioni legittime, per carità) ma la domanda sorge spontanea: dato che l’aumento dei costi di produzione (concimi, gasolio, antiparassitari) riguarda anche il comparto agricolo, come si spiega che il prezzo di acquisto del grano diminuisca vertiginosamente, erodendo un profitto d’impresa già risicato?
Proprio per queste considerazioni, speravo che la costituzione della CUN Grano duro potesse finalmente equilibrare il mercato. Auspicavo l’istituzione di una commissione che fissasse un prezzo minimo di ritiro del grano duro, riequilibrando il potere contrattuale attraverso un sistema di protezione. Tuttavia, leggendo il Decreto, le mie speranze si sono infrante. Per questo motivo, vorrei spiegare cosa prevede realmente il Decreto, affinché non vi siano confusioni sulle sue funzioni e, soprattutto, su quanto potrà essere utile al mondo agricolo.
Il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, di concerto con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, in attuazione del regolamento (UE) n. 1308/2013, ha istituito la CUN Grano duro con il Decreto direttoriale n. 20417 del 16/01/2026.
Al netto delle dichiarazioni ufficiali che parlavano di “grandi rivoluzioni”, la realtà è ben diversa. La CUN Grano duro ha esclusivamente la funzione di raccogliere e pubblicare, in modo trasparente, i prezzi indicativi e le tendenze di mercato. Da qui nascono inevitabilmente alcune domande, forse ovvie o scontate, che provo a formulare ed alle quali proverò a dare risposta.Qual è il reale potere di negoziazione? Se la CUN si limita a fotografare l'andamento del mercato, agendo come un mero osservatore dei prezzi, in che modo può tutelare l'agricoltore che si trova a dover accettare prezzi imposti dai grandi gruppi industriali? Senza un meccanismo di tutela del reddito, la trasparenza resta un concetto astratto che non riempie i granai. Perché manca un prezzo minimo garantito? Il Decreto istitutivo sembra ignorare la necessità di legare il prezzo di vendita ai costi reali di produzione. Se il costo del gasolio e dei concimi aumenta, ma il prezzo indicativo della CUN rimane ancorato alle speculazioni internazionali, l'agricoltore continua a lavorare in perdita. È accettabile che il rischio d'impresa ricada esclusivamente sull'anello più debole della filiera? Il ruolo della trasparenza: a chi giova davvero?
Conoscere la tendenza del mercato è utile solo se si ha la forza contrattuale per agire di conseguenza. Senza strumenti che limitino lo strapotere della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) e delle multinazionali del settore molitorio, la CUN rischia di diventare l’ennesimo organismo burocratico che certifica, con puntualità quasi chirurgica, il declino della cerealicoltura italiana.
In conclusione, la sensazione è che si sia persa l’occasione di attuare una vera riforma strutturale. Per salvare il grano duro italiano non servono nuovi uffici o tabelle dei prezzi più trasparenti; serve il coraggio politico di imporre regole che impediscano la vendita sottocosto e che proteggano l’eccellenza del nostro territorio dalle fluttuazioni selvagge di un mercato globale senza regole.
Speravamo in uno scudo, ci hanno dato un termometro: ora sappiamo esattamente quanto è alta la febbre, ma continuiamo a non avere la medicina.
Daniele Calamita, Docente di agraria, esperto di politiche sociali ed ex sindacalista


Lascia un commento